In occasione dell’uscita odierna del nuovo video di Lady Gaga “THE EDGE OF GLORY” (in fondo all'articolo), terzo estratto dall’album BORN THIS WAY, analizziamo da vicino il personaggio, alla luce delle recente esibizione romana durante l’EUROPRIDE e della pubblicazione del suddetto nuovo lavoro.
Sposerò la notte, non rinuncerò alla mia vita, sono una regina guerriera”: così si apre il nuovo (terzo) album della Germanotta, BORN THIS WAY. E i patti sono già chiari: lei è la star che vuole sacrificare la propria carriera e “arte” alla causa di deboli, diversi, giovani desiderosi e meritevoli di esprimersi.
Già in questo incipit di MARRY THE NIGHT possono leggersi similitudini e differenze rispetto ai due precedenti lavori della cantante: le prime rappresentate soprattutto dagli incubi vocali degni di un soggetto da logopedista e dai ripetitivi ritornelli, le seconde da una maggiore incisività e forza del sound, stavolta vagamente (fintamente?) “violento”.
La carriera di Lady Gaga è stata finora tutta in ascesa, fulminante.
Gli esordi sono cafonal, le nenie dance alquanto irrilevanti nel panorama musicale di 3 anni fa. Ma poi inizia un secondo capitolo rappresentato dall’evidente tentativo di alzare la posta in gioco attraverso video curati, look sgargianti (e molto aggiungerebbero: “ispirazioni” a destra e a manca). E’ in questa fase che nasce l’astuta idea di ergersi a paladina dell’emarginazione e nello stesso tempo a faro dell’eccesso, comprendendo quanto le possa fruttare in termini di seguito il binomio repressione-espressione, infischiandosene beatamente di essere l’ultimissima di una lunga lista di personaggi che cavalcano quest’onda già da secoli e magari in modo meno opportunistico e platealmente banale.
Il tempismo, comunque, è perfetto. Questa veste può sicuramente avere un impatto positivo su alcune cause che stanno tanto a cuore alla cantante, come ovviamente quella dei diritti degli omosessuali, categoria che guarda caso è praticamente l’unica, assieme a quella delle donne, ad acquistare musica, seguire la moda ed essere affascinata come i polipi da tutto ciò che luccica, pur se si tratta di carta stagnola.
Il percorso quindi ha condotto la stagnola in questione sino ad alcune manifeste prese di posizione a favore dei gay, come nel caso della sua apparizione alla National Equality March americana e al suo successivo video contro la legge del “Don’t ask, don’t tell” per i militi gay usa (dove però ricorda molto una Madonna pro-voto del 1990) e ancora persino all’accettare la chiamata delle associazioni gay italiane per l’Europride svoltosi a Roma lo scorso 11 Giugno, richiamando così l’attenzione di tutto il mondo su quella che è la drammatica situazione dei diritti in loco e non solo.
Discordanti sono i pareri circa l’effettiva efficacia e profondità del discorso germanottiano sulla questione, che è stato forse piuttosto generico e poco insistente su quella che è la miserabile politica nostrana, per non parlare della possibilità data a tutti di accedere al palco prima ancora che terminasse la parata, facendo sì che moltissimi saltassero a piè pari la manifestazione esclusivamente per vedere la propria beniamina. Va altresì sottolineata la pessima organizzazione dello spettacolo sul palco, dove l’intervento della cantante è stato fatto precedere tutti i discorsi degli organizzatori e dei vari rappresentanti delle associazioni, che hanno così dovuto assistere al tristissimo spettacolo di un Circo Massimo semi svuotatosi dopo l’esibizione del novello Savonarola.
Ma l’impatto, si diceva, è stato enorme e pazienza per alcuni momenti importanti persi da molti “little monsters”, i quali forse poco se ne fregano anche del tanto decantato Manifesto Gay degli anni 10, come pare sia ormai diventata la mediocre seconda traccia (e primo estratto) dell’album: BORN THIS WAY. “We are all born superstars” recita la cantante, cui forse ancora nessuno consiglia (come si dovrebbe pur fare) di cominciare a concepire che a nessuno mai tutto è dovuto; attendiamo con ansia che giunga questo momento di illuminazione.
Nell’attesa di questo fatidico momento, proseguiamo con l’ascolto e l’analisi dell’album.
Sono ancora altre due le lyrics rilevanti nel brano in questione: “God makes no mistakes” (su cui molti dubbi potrebbero essere sollevati) e “In the religion of the insecure, I must be myself, respect my youth”, probabile chiave di lettura del “fenomeno Gaga” nonché del successo del disco stesso (opinabile).
Questa novella Giovanna d’Arco del pop (ruolo che più che affibbiatole è stato da lei stabilito e recitato quasi sin dagli albori della sua avventura musicale), incapace di sfornare ancora un vero classico pop degno di nota, è perfetto simbolo di questi spastici tempi. E’ lei il metronomo di questi anni, la nenia ridondante e ossessiva per menti inabili e assopite (pur inconsapevoli o nolenti): la ripetitività dei suoni, infatti, accompagnata da un analfabetismo lirico-sonoro, dal martellamento pesante e nuovo dei suoni e dalla confusione generata da immagini sempre più pacchiane e colorate, prive di qualunque vero “semeion” e finalità, fatta eccezione per la consolidazione (in realtà molto effimera) del “personaggio”, sono gli elementi distintivi del caso (clinico?).
Questo popolo di “insicuri”, privi ormai di qualunque referente sociale, politico, culturale, religioso, lavorativo (ma immersi a tempo pieno nel web), sembra davvero potersi basare esclusivamente sulla religione del sé e “rispettare” gli stimoli della propria giovinezza, della propria esclusività (ammesso che ve ne sia una). Non è ancora detto né tanto meno chiaro però, se tutto ciò riguardi l’intera società giovanile mondiale o la sola Germanotta (che ripetutamente si auto-cita anche pronunciando il proprio nome e chiamandosi quasi a voler essere sicura della propria identità). Ed è questo che staremo a vedere, soprattutto.
Il fenomeno Gaga è sicuramente globale ma non sembra avere quella presa, quella forza e quel significato sociale vero che svariati personaggi precedenti e ancora in carriera, tutt’ora vantano. Negli anni ’80 e molto dopo ancora fino ai giorni nostri, probabilmente anche una anziana donna del Gennargentu avrebbe potuto dirvi chi fosse Madonna o almeno un titolo di una sua canzone. Dubito che lo stesso avvenga oggi con la Germanotta, pur rispettando la vasta portata del suo successo.
Nessun classico, dicevo. E questo album conferma la constatazione. Nonostante le indubbie qualità vocali e le aspettative in realtà ancora valide per i tempi a venire, nulla di altamente rilevante è stato finora dato al mercato dal punto di vista di quella che può essere la Grande Creazione Pop. Anche il fenomeno Madonna era ed è un fenomeno Pop indipendentemente dai brani, ma in quel caso i brani ci sono, vedi: Holiday, Like a Virgin, Material Girl, Like a Prayer, Vogue, Frozen, Erotica, Hung Up e altri pezzi, immediatamente riconducibili alla cantante e ormai “solchi” nel repertorio pop contemporaneo.
Andando comunque avanti con le tracce del disco, il discorso si fa vagamente più interessante con GOVERNMENT HOOKER, in cui Gaga assume le vesti di una puttana di regime, argomento per il quale di recente ha rilasciato interviste facendo anche riferimento alla triste situazione politica italiana, impelagata in eterne discussioni circa la vita privata del premier e le sue abitudini notturne.
Con JUDAS si ritorna ad infantili ritornelli e ingenui tentativi di cavalcare onde provenienti ancora dal passato, sia proprio che altrui, il tutto su un ossessivo tappeto che è l’unica vera novità sonora del disco. La canzone, che ritornerà in parte plagiata nella successiva SCHEISSE, ha suscitato qualche polemica per il testo (in realtà piuttosto imbarazzante) e il relativo video, caratterizzato da una nevrotica coreografia in cui alla fine la protagonista sembra scegliere il cattivo traditore in luogo del buon Gesù.
Si apre quindi l’immancabile siparietto esotico, stavolta non solo dedicato e ispirato al mondo ispanico, ma persino a quello teutonico, per non farsi mancare proprio nulla. Mancano, stranamente, riferimenti alla lingua francese, ma c’è sempre tempo. “AMERICANO”, una sorta di moderna “DOV’E’ L’AMORE” che riunisce in un solo brano Gaga, Ricky Martin, Cher, la Madonna della LA ISLA BONITA-LELA PALA TUTE rivisitata live e Gino Latilla, riprende di sfuggita nel testo il target del personaggio: “Mis canciones son de la revolución, Mi corazón me duele por mi generación” e ha una chiusura di gusto Burlesque, in cui la cantante specifica fortunatamente, come pure nella successiva SCHEISSE, di non saper parlare lingue straniere.
HAIR, che rimanda allo stesso tempo sia a Cher che alla stessa Gaga di EDGE OF GLORY, consolidando ormai il dato di fatto che i brani si assomiglino a due a due, fa passare la suddetta presunta rivoluzione dell’espressione giovanile attraverso l’estetica: “I’ll die living just free as my hair” ed è già praticamente perfetta come colonna portante di spot per shampoo e balsami.
SCHEISSE, pur rifacendo la Madonna di THIEF OF HEARTS musicalmente e quella di INTO THE GROOVE nella ricerca di liberazione femminile attraverso la danza, è comunque di sicura presa commerciale e sarà singolo potentissimo. Il brano contiene inoltre un sample da Alphabet Streets di Prince.
Per BLOODY MARY si scomoda storia, arte e religione per un mood sonoro vagamente Depeche Mode e troviamo qualche tanto attesa lyric in francese. Finale ancora in piena crisi d’identità e di favella.
BLACK JESUS/AMEN FASHION e BAD KIDS sono forse i capitoli meno riusciti e più imbarazzanti dell’intero album. La prima costruisce l’ennesimo melting pot religio-modaiolo attraverso varie figurine e vorrebbe anche raccontare l’ambizione della protagonista, partita da New York per scalare le vette della cultura pop (ma va?). La seconda è un infantile tentativo di difendere la purezza della bimba dalla cattiva ma tanto giusta che è in ognuno di noi.
Il livello si rialza con la bonus track (nella versione doppia) FASHION OF HIS LOVE, forse il migliore episodio “veloce” dell’album, totalmente costruito sul sound della Madonna del biennio 86/87, un pò a cavallo tra Can’t Stop e Spotlight e che deve moltissimo anche a I wanna dance with somebody di Whitney Houston. Il brano è dedicato allo stilista Alexander McQueen ed è una vera e propria preghiera pagana alla moda, che termina in modo quasi identico al ritornello di BORN THIS WAY.
Si passa poi velocemente per una galleria di rimandi al passato, con gli Eurythmics e il Meat Loaf della lirica HIGHWAY UNICORN, le Pussycat Dolls e la Kelis di HEAVY METAL LOVER, i Cardigans di ELECTRIC CHAPEL.
Gaga si autocita poi nella più interessante THE QUEEN, con bridge europop ben costruito sul finale e riprende in un colpo solo Queen, 4 Non Blondes, Shania Twain e un pizzico di Dolly Parton nell’unica ballatona da accendino del disco: YOU AND I, che pur ben scritta e condotta fino alla fine, rende quasi del tutto impossibile resistere alla tentazione di canticchiarre sul finale sussurrando le parole: “…for a destination, uh uh” (finale di WHAT’S UP delle 4 NON BLONDES).
La voce della cantante si fa vagamente più squillante e infantile sulla conclusiva THE EDGE OF GLORY, che ricorda molto da vicino SONG FOR THE LONELY di Cher ed è uno dei due brani, assieme alla title track BORN THIS WAY, che la Gaga ha eseguito (facendo venire i brividi a non pochi) durante la sua recente esibizione all’EURO PRIDE di Roma; il brano è anche il terzo singolo del cd che verrà promosso attraverso il banale video in uscita in queste ore; il testo del brano chiude il cerchio del discorso di quello che potrebbe anche essere definito un concept album sull’identità e la bellezza della singolarità, individuando ed indicando la completezza del tutto nel rapporto felice a due. Una volta insomma, che il mostriciattolo esclusivo, la freak autonoma e combattiva, la Gobba Quasi-Moda di Notre-Dame smette tutte le sue armature e depone la spada per la conseguita vittoria, trova la sua ragion d’essere in un bel cavaliere (o in una bella cortigiana).
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